Music* IDLES – Mother / Sculpture* Christopher David White – Asphyxia

Music & Visions – projects selected by Stefano Santoni + ThePT

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Mother, from Brutalism album, Balley Records, 2017.

Stefano Santoni’s review:
Dopo tre EP ecco il devastante esordio sulla lunga distanza fra post-punk e post-hardcore della formazione di Bristol.
Gli Idles nascono a Bristol nel 2010 con una spiccata attitudine punk e uno sguardo a 360 gradi verso l’evolversi della situazione sociale e politica in Gran Bretagna. Il cantante Joseph Talbot, i chitarristi Mark Bowen e Lee Kiernan, il bassista Adam Devonshire e il batterista Jon Beavis, assorbono mano mano rabbia ed urgenza facendola poi defluire lentamente, scandendo le uscite e preparandole con grande meticolosità. I primi due EP escono a distanza di ben tre anni, “Welcome” nel 2012 e “Meat” nel 2015, gustosa anteprima del piatto forte intitolato “Brutalism” che si è materializzato nel 2017.
Se parlando degli Sleaford Mods ne viene sempre sottolineata l’attitudine punk inserita in un impianto sonoro completamente diverso, per quanto riguarda il quintetto di Bristol il mezzo espressivo non risulta così innovativo, ma nonostante la scarsa originalità musicale, il messaggio arriva potente, dritto al cuore, viscerale e funzionale, richiamando quello delle esplicite influenze della band, una per tutti Mark E. Smith dei The Fall. Durante quasi tutta la durata dell’album l’aggressione verbale va di pari passo con quella strumentale, le invettive ciniche e sarcastiche del carismatico cantante Joe Talbot viaggiano come un cingolato dal tipico accento british su binari che sono quelli di un post-punk o post-hardcore come detto scevro da grandi rivoluzioni.
L’impeto con cui Talbot scandisce e erutta le sue invettive è inversamente proporzionale alla calma con cui la band ha preparato questo “Brutalism”, aperto dalle urla e dalle bordate post hardcore di “Heel / Heal”, prima invettiva sulla crisi del mercato immobiliare post-Brexit. Il primo singolo “Well Done” invece è un sarcastico rispondere a tono ai borghesi che pontificano dall’apatica torre d’avorio dei programmi televisivi affermando che se ci sono dei disoccupati è semplicemente perché la gente non ha voglia di lavorare. “Why don’t you get a job? Even Tarquin has a job. Mary Berry’s got a job. So why don’t you get a job?” sbraita Talbot tirando in ballo l’ultimo Re di Roma Tarquinio il Superbo (Tarquin in inglese indica uno snob che pensa di essere superiore per diritto di nascita, come appunto Tarquinio che organizzò una congiura per uccidere il suocero ritenuto da lui ritenuto indegno di sedere sul trono) e Mary Berry, sconosciuta da noi, ma vera icona del food-business televisivo britannico. Il disco è stato registrato dopo la morte della madre di Talbot, citata da par suo nella fragorosa “Mother”, brano in cui stavolta il bersaglio dichiarato è il partito Conservatore britannico: “My mother worked 15 hours 5 days a week. My mother worked 16 hours 6 days a week. My mother worked 17 hours 7 days a week. The best way to scare a Tory is to read and get rich”. Come a dire che l’unico modo possibile per spaventare un Conservatore è diventare ricco in modo da essere visto come un possibile avversario. La sezione ritmica è un rullo compressore, le chitarre sono adrenaliniche nel loro liberatorio lasciarsi andare, l’inizio di “Date Night” sembra davvero all’inizio un classico dei Sleaford Mods nel suo parlato biascicato prima del fragoroso ritornello. Anche quando i cinque rallentano leggermente i ritmi mantenendo un ritmo cadenzato e doom (“Divide And Conquer”) dimostrano di essere estremamente convincenti nella loro proposta.
Nei 41 minuti dell’album c’è spazio per lo sferragliante hardcore adrenalinico e beffardo di “Benzocaine”, per lo straordinario e coinvolgente “na na na na na na” da hooligan ubriaco di “Exeter”, e addirittura per la citazione beatlesiana di “I Saw Her Standing There” in “White Privilege”. Il cingolato di “Stendhal Syndrome” è un pugno in faccia a chi critica senza sapere “Did you see that painting what Rothko did? Looks like it was painted by a two year old kid. Ignorance is bliss, yeah? Well I’m not pleased. Because you spread your opinion like a wretched disease”. I bristoliani non risparmiano nemmeno il sistema sanitario nazionale britannico e la sua drammatica situazione on una frase tanto cruda quanto drammaticamente reale: “A loved one perished at the hand of the baron-hearted right”.
Il tagliente realismo delle tematiche sociali viene raccontato con pathos accentuato da refrain travolgenti, chitarre post-hardcore liberatorie e ritmi adrenalinici. Anche quando nella conclusiva “Slow Savage” il rullo compressore sembra arrestarsi per far calare drasticamente i ritmi, gli Idles dimostrano di avere più frecce al loro arco e la confessione con cui Talbot si rivolge alla sua ex dicendo di essere “I’m the worst lover you’ll ever have. For two years in a row I forgot your birthday. For two years in a row I thought it was Thursday” risulta terribilmente sincera e convincente nella sua desolazione.
“Brutalism” in definitiva è un messaggio forte e chiaro rivolto verso l’esterno attaccando sanità, mass media e politici (tories), ma che sa essere anche introspettivo, grazie alla capacità di mettere in piazza i sentimenti personali e la dolorosa perdita della madre. Un album liberatorio, rabbioso, senza fronzoli anche nella confezione in cui appaiono solo i testi senza altre informazioni, manca anche il nome della band, c’è spazio solo per il motto “Don’t Go Gentle” sulla costola di CD e vinile. Se, come già abbiamo detto, le modalità sonore non fanno certo gridare al miracolo, allo stesso tempo è indubbio che Joseph Talbot e compagni sanno perfettamente come raggiungere e coinvolgere emotivamente gli ascoltatori, riuscendo a scuotere tutti dall’apatia con il loro messaggio tanto sgradevole e brutale quanto reale. Carne e sangue, naked truth, francamente non riesco a chiedere di meglio.

IDLES met as a quintet at the death of the indie scene in Bristol and began making visceral and sometimes unlistenable post-punk to a growing crowd. They began with their own club night Batcave and practicing religiously until they felt they had found their sound and their live show; with that in check they have now completed their first album and are savaged in hunger to play their music. They want to give themselves and their art to the audience in a concise and violent way unrivalled by their peers. They have no qualms in terrifying and entertaining in the same breath. They celebrate their influences in a vitriolic and belligerent sound that is both familiar and new. They are a nose-bleed on the ears and they’re here to show you they care.

 

Christopher David White
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Asphyxia – Ceramic and mixed-media

Christopher David White is a trompe l’oeil sculptor whose works are handmade predominantly from clay and rendered with acute attention to detail, often resembling decaying pieces of wood, rusted metal, and other objects in various stages of deterioration. These works explore the relationship between humanity and nature and how both are in a constant state of flux between growth and decay. He received his Bachelors of Fine Arts in Ceramics from Indiana University in 2012. He went on to receive his Masters of Fine Arts in Craft/Material Studies from Virginia Commonwealth University in 2015. He was the recipient of the Windgate Fellowship from the Center of Craft, Creativity and Design, and later was awarded ‘Most Environmentally Conscious’ at INLight 2014 hosted by 1708 Gallery. His work has been featured on several prominent art publications, including Juxtapoz, Beautiful Decay, My Modern Met, and This is Colossal. His work has been shown in galleries and museums internationally, including Daejeon Museum of Art and Suwon I-Park Museum of Art in South Korea, Abmeyer & Wood Gallery in Seattle, and Hartwick University’s Foreman Gallery in New York.

Human is to nature as skin is to bark – as roots are to veins. Humanity is inextricably linked to the natural world. Our biological patterns are echoed throughout the universe, from the micro to the macro, from our DNA to the cosmos. Yet we have created barriers between ourselves and nature. We have placed ourselves into opposition with this world that sustains us. We have become outsiders to everything that makes us who we are. My current work explores our relationships to nature and how our daily interactions affect the fragile balance between humanity and the environment. How do we interact with and perceive the world around us? The repercussions from our persistent consumption are tipping the balance towards a bleak future that endangers our very survival. Given the unparalleled state of our technological and scientific achievements it is not only possible but necessary to find a new balance that promotes a thoughtful and sustainable relationship with nature. With clay as my medium of choice I meticulously render by hand natural elements within our lives, taking advantage of clay’s innate ability to mimic a wide variety of materials. I utilize trompe l’oeil as a stylistic choice to enforce the concept of illusion. But, the true illusion is the world in which humanity has created. It is an existence that seeks to separate itself from nature. The juxtaposition of natural and man-made features in combination with the skewing of scale, proportion, and material, helps create an altered perception – forcing the viewer to look closer both externally and internally.

 

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