“AVANGUARDIA” -Stefano Zaghetto interview [italiano/italian language]

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øTheP:  Dove sei nato? Dove sei cresciuto?

SZ:  Sono nato a Padova, da padre padovano e madre romana. Purtroppo sono anche cresciuto a Padova, e questa situazione la vivo come una decisa limitazione. Visitando un importante museo ho avuto netta questa sensazione; un solo artista tra tantissimi dei quali esponevano le opere, era vissuto nella stessa città in cui era nato.

øTheP:  Chi (o cosa ) ami?  

SZ:  Amo saper fare le cose di testa mia, temo molto le influenze. La sensazione è che ispirarmi totalmente a qualche artista mi possa limitare nel mio modo grezzo e istintivo di esprimermi.

øTheP:  Quando hai percepito per la prima volta il tuo talento creativo?

SZ:  Da sempre, ma facendo per troppi anni l’osservatore. L’errore è stato quello di non aver intrapreso una precisa strada da subito, un percorso lineare e continuo di espressione. Mi piace costruire modelli in scala, fotografare. Direi però che la scintilla è venuta dalla frequentazione di un corso sull’arte informale tenuto da Alessio Brugnoli, un artista che ha il suo studio a Padova. Le sue opere e quelle di Donatella Edini, con la quale Alessio condivide diversi progetti, hanno acceso il fuoco. Cerco però di non replicare le loro opere, ma i loro insegnamenti sulle possibilità offerte dai materiali grezzi e di recupero sono stati fondamentali.

øTheP:  Chi e/o cosa ti è stato di  ispirazione e riferimento? 

SZ:  Tutti gli artisti del novecento, soprattutto della prima metà. Nel mio bagaglio ci sono quelli che adoro, ma anche quelli che non amo; infatti evito di accostare il mio gesto pittorico o costruttivo a quei pochi che non mi piacciono, come fossero errori dai quali imparare. Tra questi Chagall. Non mi piace decisamente. Amo invece Vincent Van Gogh, Dalì, Mondrian, Magritte, Pollock, Warhol.

øTheP:  Come descriveresti la tua arte a qualcuno che non ha mai avuto occasione di   vedere/leggere i tuoi lavori?

SZ:  La mia è un’arte poco ortodossa. Non vengo da alcuna scuola artistica, non seguo uno stile preciso, uso colori acrilici e ad olio nelle stesse opere, merito del realismo maturato con il modellismo ad alto livello, oltre a ricorrere spesso a collage di carta sulla tela grezza. Anche aerografo e pistola a spruzzo sono presenti su ciò che creo.   Finora firmo le opere solo sul retro. La firma sopra il dipinto è un gesto estraneo.

øTheP:   Come ti prepari ad una giornata di lavoro o ad un progetto? Hai un tuo rituale? 

SZ:  No, non ho un rituale. Diversamente dai tempi lunghi e troppo metodici ai quali sono abituato con altre discipline, nell’arte agisco con decisione, evitando però le trappole del banale. Preparo le tele con cura, ma lasciando una voluta sensazione di spontanea ruvidezza nel supporto. Per questo motivo amo la tela di juta. A differenza dei protagonisti del secolo scorso, per preparare i bozzetti spesso uso il Mac e foto digitali. Riesco a simulare rapidamente cambi di proporzioni e di colori, nel farlo sfrutto la potenza di Photoshop. Non penso che un Warhol del 21° secolo avrebbe totalmente ignorato la computer grafica…….

øTheP:  Qual è il tuo lavoro preferito tra quelli realizzati? Perché?

SZ:     Forse “B-29”, collage e pittura su assi di legno industriale. La prima opera di importanti dimensioni, che grazie all’uso di materiali opposti, quali alluminio e legno, carta e pittura ad olio ed acrilica, mi ha dato la netta sensazione di poter creare qualsiasi cosa che non fosse un opera solo figurativa ovviamente. Inoltre il messaggio che ho voluto dare è stato forte e drammatico, ricordando la devastazione e il crimine di Hiroshima e Nagasaki ad opera del bombardiere americano B-29.

øTheP:  Se dovessi passare una giornata con qualcuno – vivo o o meno che sia,  chi vorresti  con te  e cosa speri di ricevere da una simile esperienza?

SZ:    Una giornata? Mi verrebbe da dire nella Factory di Andy Warhol, per il crossover culturale che la alimentava, ma soprattutto con il Caravaggio, un talento mostruoso, un rivoluzionario virtuoso. Mi spiace, ma la carriola impacchettata di Christo che ho visto a Cà Pesaro a Venezia non regge il confronto. Caravaggio  sì che era rivoluzionario, con tutti quegli spazi vuoti e quei volti popolari mai visti fino ad allora nei dipinti, ma la sua capacità realizzativa non aveva eguali. Il cellophane di Christo solo apparentemente sembra una rivoluzione.

øTheP:  Qual’è, se l’hai, la tua ambizione segreta?

La mia ambizione è una mostra personale in una galleria che valorizzi le mie opere. Ma prima ancora direi che desidero confondere l’osservatore sulla definizione di ciò che creo. Voglio che le mie cose siano un punto di unione tra l’informale e il figurativo, tra il materico e la pop art. Voglio che chi guarda ciò che ho creato lo possa toccare e averne una sensazione di consistenza e di esistenza.

øTheP:  Qual è la tua parola preferita?

SZ:  AVANGUARDIA.

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