“Rivoluzione. Mi piace” -Michele Lamacchia [italiano/italian language]

Rivoluzione. Mi piace. ” 

intervista a Michele Lamacchia. Scrittore.

/forma mentis /the PasseNger’s interviews/Mo’ Avast, in Nero.

 Dove sei nato? Dove sei cresciuto?

Bari, Quartiere San Paolo, Traversa 75 di viale Europa. Un girone dantesco, un mondo a parte, dove vigevano regole proprie, civili, penali e sociali, al di fuori da ogni legge. Lo stato aveva paura ad entrarci, e ne avrebbe avuta anche Ridley Scott. Ma non anticipo niente: un giorno uscirò con un romanzo su queste cose, dove parlo delle mie infanzie difficili

  Chi (o cosa ) ami?

Viaggiare, conoscere, assaggiare, provare, imparare. Migliorare.

 Quando hai percepito per la prima volta il tuo talento creativo?

Ho sempre scritto. Quando gli altri facevano i pensierini io scrivevo i temi. Quando gli altri facevano i temi, io scrivevo racconti. Quando gli altri scrivevano racconti io scrivevo romanzi. (Non vorrei sembrare spocchione, ma se non avessi fatto così sarei stato come tanti altri compagni del periodo. Ora sarei ingegnere, operaio, capovaro, distribuirei volantini, piuttosto che fare il cretino a descrivere incubi e sogni, a inventarmi storie che non esistono)(Hendrix suonava come facevano tutti in quel periodo, solo che lui andava anche a pisciare con la chitarra al collo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: è morto)

Ho scritto il primo romanzo a quattordici anni. Mi sembrò di aver fatto una grande impresa ma quando l’ho riletto, dopo i quaranta giorni, non mi ha convinto più. Ho capito che occorre davvero lavorare su ogni frase, su ogni periodo, con grande pazienza e passione, come farebbe un restauratore fino. Da allora ho scritto e curato sceneggiature, testi teatrali e tante altre cose, tra cui  romanzi nei cassetti, ordinati tra calze e mutande.

Non ho scoperto di avere un talento (e non sono ancora sicuro di averlo: ci sto lavorando artigianalmente) qualcuno semmai lo ha notato e come un supercoach mi ha incoraggiato a mettermi in gioco, a superare la barriera del mio mondo chiuso, con le sue regole autogene, e lasciarmi leggere.

 Chi e/o cosa ti è stato di  ispirazione e riferimento?

Ho sempre letto molto. E di tutto. Per sapere cosa e come dovevo scrivere dovevo anche conoscere cosa e come mi sarebbe piaciuto essere e come no (ride). Di massima mi piace tutto quello che mi fa dire “WOW! Io questo non sarei stato capace di pensarlo! Mi incanta!” inteso sia come stile narrativo che come composizione della storia che come struttura delle frasi. Mi piace molto Ammaniti, ma anche il primo De Carlo, rido con Stefano Benni, Palahniuk mi disgusta appassionatamente, ho messo piede nel mondo di Francesco Piccolo, planando su Baricco e Brizzi passando per Erri De Luca, per dire alcuni dei nomi nella mia sconfinata galassia di letture, che include anche autori meno noti o sottovalutati, degni comunque di grande attenzione, nonché i grandi padri (per me) della letteratura (Svevo,

, Montale…). Ho letto e studiato molti saggi, e questi hanno creato una struttura importante e portante, per quello che scrivo. Non saprei dire chi o come mi abbia influenzato. So semmai, perché me l’hanno detto in tanti, che il mio modo di scrivere risulta originale e riconoscibile. E questo è un grandissimo complimento.

 Come descriveresti la tua arte  qualcuno che non ha mai avuto occasione di   vedere/leggere i tuoi lavori?

Quello che scrivo odora, puzza, trema, brilla, scotta, suona, è tridimensionale, multisensoriale…

 Come ti prepari ad una giornata di lavoro? Hai un tuo rituale?

Sono un raccoglitore di storie, giro sempre con un quaderno con elastico nella mano ed è l’unico modo possibile di scrivere nella frenesia in cui vivo, nel marasma dei casini di bordelli. Quando non ho il quaderno, se per esempio sono un attimo al bar, in una panetteria, cose così, allora prendo appunti su scontrini e pezzi di buste di carta, come questi (mette le mani nelle tasche, tirando fuori una serie di pezzi di carta di consistenza e colori diversi, tra cui si distinguono biglietti dell’autobus, ticket di parcometri, scontrini sporchi di caffè, angoli di pagine di quotidiani, tutti stropicciati e scarabocchiati. Qualcuno cade, lo recupera fulmineo). Il grosso, invece viene fuori di solito all’alba, non appena mi affaccio in una fase REM, la mia testa comincia ad allineare frasi, elaborare blocchi componibili, costruire scenari… ed è una cosa talmente emozionante, eccitante, che devo alzarmi dal letto e andare di là a scrivere.

 Qual è il tuo lavoro preferito tra quelli realizzati? Perché?

Per ora è ancora ”Mò avast!”, “Adesso basta!”. È stata la prima cosa che ho scritto con totale dedizione, entrando nella storia, cercando di proiettare piuttosto che narrare, provando a inchiodare il lettore come fosse davanti ad un video piuttosto che ad un libro. Trascinandolo al suo interno per farlo immedesimare con il protagonista. Per certi versi credo che sia stato un passo oltre e i feedbacks ricevuti dopo la pubblicazione mi hanno confermato che c’è spazio per il mio modo di scrivere, giudicato nuovo e diverso, affatto incline alle logiche editoriali attuali, compiacenti di una sottocultura insinuante, fatta di ricette, Voli, isole e grandi fratelli. Questo però non lo scrivere (sorride).

 Se dovessi passare una giornata con qualcuno – vivo o o meno che sia,  chi vorresti  con te e cosa speri di ricevere da una simile esperienza?

Picasso. Vorrei poter scoprire qual è il percorso creativo del genio che riesce ad inventare qualcosa di nuovo. Principalmente. Poi conoscere tutti i suoi amici.

Mi piacerebbe essere vicino di casa di Battiato, anche. Ed andarlo a trovare il pomeriggio per bere the di foglie di acanto e mangiare cannoli, parlando di cose di cui parleresti con Battiato. Per esempio di quant’è buono il cinghiale bianco in tappeto di spezie e finocchietto selvatico.

 Qual’è, se l’hai, la tua ambizione segreta?

Approfittando della credulità della massa, fonderò una specie di movimento religioso parallelo dove io e pochi eletti saremo sacerdoti supremi, profetizzando l’approssimarsi della fine del mondo con conseguente dannazione. Molte migliaia di fedeli in tutto il mondo saranno disposti a donarci tutto e a lavorare per Noi e Noi accumuleremo potere, ricchezze, prestazioni sessuali e armi. Poi un domani non succede niente e sparisco, prima che mi scoprono e mi scassano di mazzate.

In alternativa mi accontento di scrivere qualcosa che diventi un cult della letteratura.

In ogni caso sappi che ho un piano…

 Qual è la tua parola preferita?

Rivoluzione. Mi piace. La rivoluzione nasce sempre per migliorare, per liberare dalla opprimente calma piatta dell’insoddisfazione, ossigenare per poi ridare vita. Ma anche priscio è già una bella parola.

Michele Lamacchia è autore dei libri  Mo’Avast ,  Nero , e  del blog   Le parole creano mondi

facebook page: Mo’Avast group |  Nero group

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