Tamaki Yoshida a Pordenone: fotografie che hanno il tempo di cambiare

Un negativo sviluppato circa un anno dopo lo scatto. Una lastra di rame argentato. Alcune immagini sotterrate nel suolo della Champagne. Nel lavoro di Tamaki Yoshida la fotografia non arriva subito. È questo il punto.

Dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026 i Mercati Culturali di Pordenone ospitano Unfolding, nello spazio Die Gelbe Wand. La curatela è di Marco Minuz. La mostra è presentata come la prima grande esposizione europea dedicata alla fotografa giapponese. Si visita il sabato e la domenica, dalle 11 alle 18.

Questo mese la nostra rivista guarda alla fotografia lenta. Yoshida ne è un caso netto, non perché scatti piano, ma perché lascia che il tempo lavori sull’immagine.

Un errore in camera oscura

Negative Ecology nasce da un incidente. Secondo il racconto pubblicato da LensCulture, Yoshida fotografa in Hokkaido nel 2019 e sviluppa la pellicola un anno dopo, durante la pandemia. In camera oscura un errore stende un velo di nebbia su una delle immagini. Yoshida decide di sperimentare sul resto della pellicola e tratta i negativi con sostanze domestiche, tra cui la salsa di soia. Le presentazioni della mostra citano anche detersivi, shampoo e cosmetici.

Il risultato, descritto sempre da LensCulture, sono paesaggi di rossi intensi e blu elettrico, con la fauna selvatica al centro. Per questa serie Yoshida ha vinto nel 2021 il KG+SELECT Award di Kyotographie, come indicano le pagine del festival.

Il dagherrotipo e il lutto

La seconda serie in mostra si chiama Himizu. Secondo la presentazione riportata dalla stampa locale, riguarda le strade sulle pendici del Monte Fuji, dove ogni anno vengono raccolti animali uccisi dal traffico. Il lavoro unisce la stampa alla gomma su carta di cotone, con pigmenti ricavati da piante e terra del bosco e il dagherrotipo.

Il dagherrotipo non è una novità per lei. Nel 2024 la Live Art Gallery di Tokyo ha ospitato Hinome, dall’11 giugno al 6 luglio, con dagherrotipi di animali morti per la distruzione dei loro habitat. Secondo la presentazione della mostra, Yoshida ha ritenuto il procedimento adatto a un rito sacro di lutto per quelle vite. Il supporto è una lastra di rame argentato. La stessa fonte lo descrive come difficile da fotografare e da sviluppare.

La terra come archivio

Il tempo entra anche in un altro progetto. Dopo la residenza in Champagne legata al Ruinart Japan Award 2024, Yoshida ha mostrato a Kyotographie 2025 Echoes from the Soil. Il programma del festival racconta che ha sotterrato alcune sue immagini nel terreno. Considera il suolo un contenitore di memoria e si chiede se una fotografia fissi davvero il passato.

Un giudizio

Con i procedimenti storici e con le alterazioni chimiche il rischio è noto: il metodo fa più notizia dell’immagine. Qui il metodo ha una ragione. Un negativo trattato con prodotti di casa parla di ciò che i prodotti di casa fanno all’ambiente. Un dagherrotipo di un animale morto impone un procedimento lungo e difficile. La fatica diventa parte del lutto. In entrambi i casi la lentezza non è uno stile, è un argomento.

Resta una domanda, che il lavoro di Yoshida apre. Se il tempo cambia l’immagine, quale versione conta? Quella dello scatto, quella dello sviluppo, o quella che vediamo oggi?


Per ingresso e visite scrivere ai Mercati Culturali: info@mercaticulturalipordenone.it.