© Evan Baden

Evan Baden is an emerging young photographer whose images intersect with social commentary. His recent work, “The Illuminati” speaks to the relationship between today’s youth culture and technology. His work has been shown in galleries through the US and Europe.


Produced by mn original: mnoriginal.org

Artist’s web site:
evanbaden.com
evanbadenphotography.com
Gli Illuminati
EMOZIONI COLLATERALI
Un fotografo fissa gli adolescenti, i loro volti, rapiti dalla luce aliena degli schermi accesi. Uno scrittore riconosce in quegli scatti la visione prodigiosa che molti anni prima aveva catalizzato la sua immaginazione. E che ha aspettato fino a oggi per essere raccontata
di Sandro Veronesi

Circa dieci anni fa ero nella caffetteria della facoltà di Lingue Straniere dell’università di Chicago insieme a un giovane professore di italiano. Il locale era confortevole, con molto legno e poche persone, niente fumo, odori gradevoli, rumori tranquillizzanti. Era autunno inoltrato, le giornate si stavano accorciando e fuori stava facendo buio in quel modo precipitoso che lascia sempre sbalorditi. Il giovane professore mi stava parlando del suo corso, e diceva cose senz’altro molto interessanti, di certo in risposta a domande che io gli avevo rivolto, ma il fatto è che io non lo ascoltavo, perché tutti i miei sensi erano stati catalizzati da un prodigio. A due tavolini dal nostro sedeva una ragazza, sola, intenta a leggere dal computer portatile che teneva aperto davanti a sé. In quella penombra il suo volto veniva investito dal riflesso dello schermo retroilluminato, e quella luce così liquida e aliena, concentrata sull’ovale del suo viso, faceva di lei – tutta intera, compreso il corollario scuro del suo corpo – una specie di capolavoro di Vermeer. La Ragazza col Computer Portatile – tipo. Certo, la ragazza doveva esser bella – ricordo degli occhi che, centrati da quella luce, risultavano di un verde alogeno, extranaturale -, ma la verità è che, come ragazza, non me la ricordo: a renderla indimenticabile era quella luce, ed è quella luce sul suo volto – non il suo volto – che ancora oggi ricordo con incanto. E ricordo anche il pensiero che accompagnava quella visione, che non era di desiderio o di curiosità per lei – chi fosse, che vita facesse, cosa stesse leggendo -, ma di profonda gratitudine nei confronti del destino che aveva fatto di me uno scrittore, e dunque mi dava la possibilità, anzi, il dovere di fissare nella scrittura quella visione, quella ragazza, quella luce, e metterle a disposizione della memoria di tutti, per sempre. Circa tre anni dopo mi trovai a compilare una lista di cose delle quali mi ripromettevo di scrivere – anzi, cose delle quali sapevo che prima o poi avrei scritto, imperativamente, ineluttabilmente, e quella ragazza c’era ancora, anzi, era ancora al primo posto – ma è andata a finire che fino a oggi ho scritto praticamente di tutte le altre cose che la seguivano nella lista, e non di lei. Pensavo, all’epoca, che si trattasse di un’immagine perfetta per un romanzo, un modo di incidere indelebilmente un personaggio nell’immaginazione del lettore, così come teorizzato da Stevenson in questo suo formidabile passaggio: “I vari fili di un racconto ogni tanto si uniscono e nell’ordito creano un’immagine; i personaggi incorrono ogni tanto in certi atteggiamenti – tra di loro o rispetto alla natura – che contrassegnano il racconto come un’illustrazione. Crusoe che indietreggia di fronte a un’orma è il momento culminante della leggenda, che ognuno si è impresso per sempre nella mente. Altre cose possiamo dimenticarle; possiamo dimenticare il commento dell’autore, anche se era forse ingegnoso e veritiero; ma queste scene che fanno epoca, imponendo al racconto il marchio definitivo della verità e colmando in un colpo solo la nostra capacità di godimento, le adottiamo nel fondo della nostra mente in modo che né il tempo né gli avvenimenti possono cancellarne o diminuirne l’impressione. Questa è dunque la parte plastica della letteratura: incarnare un personaggio, un pensiero o un’emozione in un atto o in un atteggiamento che colpisca profondamente l’occhio della mente” (Robert Louis Stevenson, A Gossip on Romance, in Italia pubblicato da Spartaco nella raccolta di saggi intitolata Con due libri nella tasca. Vademecum per scrittori affamati e lettori esordienti). In altre parole pensavo che il potenziale di quella visione equivalesse a quello di Emma Bovary che sorride sotto al suo parasole iridescente, o di Lolita che fa l’hula-hop in giardino, o di Kathleen quando appare a Stahr durante il terremoto negli Ultimi fuochi, o di Vera coperta di cicatrici che si mostra ad Arturo Bandini in Chiedi alla polvere, o di Ellen che guarda la baia di Newport al tramonto nell’Età dell’innocenza e non si accorge che Newland è dietro di lei, o di Franz Tunda seduto sugli scalini della Madeleine nell’ultima pagina di Fuga senza fine – e pensavo che prima o poi me ne sarei servito. Mentre scrivevo Caos calmo è arrivata l’occasione. Ero ancora all’inizio, ancora non sapevo bene come sarebbe andata avanti la storia, avevo solo questo personaggio che ha deciso di restarsene davanti alla scuola della figlia e la voragine delle sue giornate da riempire di avvenimenti, dialoghi, incontri, e l’unico tragitto che compie è dai giardini al baretto, all’ora di pranzo: proprio nel baretto pensai di trasportare la Ragazza col Computer Portatile. Era perfetta: un personaggio fatale, un incontro fatale, una scossa sensuale con una moltitudine di possibili sviluppi – e la garanzia di disporre di quell’immagine indimenticabile che, secondo Stevenson, costituisce “la parte plastica della letteratura”. Poi però non l’ho fatto. Non mi è riuscito. Ho provato a scrivere la scena per giorni ma non veniva mai bene, finché ho rinunciato – e si tratta di un fallimento di cui vado fiero. Come Del Piero che sbaglia i rigori quando non ci sono, io credo di non esser riuscito a scrivere quella scena perché quella scena non andava scritta. Non in quel modo, non in quel romanzo. Perché in quel modo, per l’appunto, io me ne servivo, e servirsi della bellezza equivale a sfregiarla, e invece ciò che io ho provato dinanzi a quella visione è stato l’impulso e il dovere di trasformarla in memoria per quello che era – non certo di manipolarla per far migliore un mio romanzo. Così, la Ragazza col Computer Portatile è ritornata dritta filata nella mia mente – e questa è, per me, la parte etica della letteratura. È ovviamente rimasta al primo posto nella lista delle cose di cui avrei voluto scrivere, ma con sempre meno possibilità di farlo, per quanto più sfocato e vago se ne faceva via via il mio ricordo. Di sicuro, se anche sopravviveva in me la speranza di adempiere prima o poi a quel dovere, non mi sfiorava nemmeno l’idea che un prodigio del genere si potesse replicarlo; e se potevo mettere in conto che un altro scrittore riuscisse un giorno, dinanzi a una visione simile, a fare quello che io non facevo, fino a oggi non avevo mai pensato che quel compito potesse svolgerlo un fotografo. Strano, certo, considerando che stiamo parlando di un’immagine; ma non poi così strano se si considera che uno dei pilastri su cui si reggeva la colossale bellezza di quella visione era la totale inconsapevolezza della ragazza di esserne parte. Così come la luce che le illuminava il volto non era accesa per illuminarle il volto, lei stessa non era lì per essere illuminata. L’illuminazione era, per così dire, accidentale, collaterale – come, per inciso, si dice siano le vere illuminazioni. Costruirla apposta allo scopo di mostrarla, in un altro posto e non più in quello, con un’altra ragazza che ovviamente sa di essere ripresa, e non legge ma fa finta di leggere, con uno schermo acceso apposta per illuminarle il viso, e magari col rinforzino di un faretto fuori campo, e un apparecchio da utilizzare, e una pellicola da imprimere, e un obiettivo da mettere a fuoco, e un tempo di esposizione da scegliere – tutto ciò mi pareva assolutamente impossibile. Scemo, vero? Non consideravo che tutte quelle operazioni un bravo fotografo le controlla con gesti naturali, invisibili, e in tempi prodigiosamente brevi – come lo scrittore quando batte sui tasti. Non consideravo che un’immagine, per quante parole riesca a contenere (dicono che per essere davvero buona debba contenerne circa diecimila, e la mia ne contiene anche di più), rimane pur sempre un’immagine – e, in quanto tale, riproducibile. E soprattutto non consideravo che la diffusione sempre più prepotente frattanto intervenuta di apparecchi elettronici dallo schermo luminoso ha moltiplicato esponenzialmente quell’immagine fino a replicarla ormai dentro ogni camera di ogni casa di ogni città di ogni paese del nostro vecchio mondo. E infatti, la più grande differenza che trovo tra la Ragazza col Computer Portatile di allora e gli adolescenti qui ritratti da Evan Baden (Lila con Nintendo DS, Nikki con iBook eccetera), è che l’una è stata e resta una visione unica e inaudita, mentre gli altri mi sono tutti estremamente familiari. Del resto, dato che per l’appunto è il crepuscolo, e nessuno ha ancora acceso le luci di casa, mi basterebbe fare dieci passi fino alla porta della camera di mio figlio e socchiuderla e guardare dentro per vedere uno struggente Lucio con Acer del tutto simile alle foto qui pubblicate. Io stesso, addirittura, da qualcuno che in questo momento fosse seduto sul divano, verrei visto così. Già. Quel prodigio vermeeriano che io ho così gelosamente conservato nella memoria come un accadimento irripetibile è diventato uno dei modi più comuni del mondo di vedere gli esseri umani: il che non ne diminuisce l’incanto, però, dato che la morfinica, fitzgeraldiana bellezza di questi volti così illuminati resta leggendaria – di una leggenda tanto domestica e qualsiasi e solitaria e inutile e perciò anche infinitamente triste che viene da ululare d’amore per tutti loro. Gli esseri umani, intendo.
fonte articolo: Repubblica Dweb

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